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Cultura e spettacolo
sabato, 30 marzo 2013 ore 13:28
L'ereditā di Egnazia

Il nostro lettore Ferruccio Ferretti ripropone uno scritto dell'indimenticato Sindaco Remigio Ferretti

 

Qualche giorno fa ho rievocato l'incontro tra egnatini e pediculi, sublime esempio di solidarietà, atto d'amore che ha dato alla luce la città di Monopoli. Questo prodigio auspicherei si potesse replicare sostituendo gli interpreti con menti e risorse che si coalizzino per restituire civiltà e rispetto per l'ambiente, progresso e amministrazione trasparenti e lungimiranti alla nostra città. Oggi propongo uno scritto di Remigio Ferretti, corredato di mie note, che idealmente ci imbarca su una navetta che oltrepassa i confini del tempo atterrando in quei remoti contesti. 
 
Seduto all'ombra della Chiesa di S. Michele(1), con un rinvio memoriale alla nota sinestesia(2) carducciana, mi perdo nel “divino del pian silenzio verde”(3), contemplando dall'alto la nostra “marina” e spingendomi con lo sguardo lungo l’Adriatico, dalla bianca Monopoli verso le rovine di Egnazia, che, ergendo verso il cielo la sua Acropoli, pare ancora non del tutto doma. 
Dolcemente immerso nell'onda reflua dei ricordi storici e letterari, mi viene in mente un emistichio(4) di Virgilio: a Enea che ansioso chiedeva del suo destino, così risuonò la voce di Apollo: “Antiquam exquirite matrem(5). Infatti, mi par proprio di vedere che Monopoli, avanzando verso sud, sospinga le sue case, i suoi figli, la sua anima verso Egnazia, la sua ideale genitrice. 
Era Egnazia una fiorente città dei Messapi, retta da sovrani saggi e bellicosi (il piú noto è il re Opi), tanto potente da sconfiggere la gloriosa Taranto(6) (471 o 473 a.C.), nel tentativo di opporsi alla fatale grecizzazione della nostra regione e di tutto il Mezzogiorno. 
A circa 7 miglia a nord di Egnazia viveva una piccola comunità di Peuceti (o Pediculi), in maggioranza pescatori, che disponeva di una lunga, profonda e pescosa insenatura, una specie di porto naturale: questo antico centro si chiamava Porto Pedie (o Porto della Giovinezza) e, prima ancora, forse Dyria. 
Certo, i confini tra Peuceti e Messapi erano alquanto labili; per di piú, andando a ritroso nel tempo, sino alla protostoria, è possibile trovare stretti legami tra i due gruppi etnici, risalenti da un'unica stirpe indo-europea, illirico-balcanica. 
Fu così che, quasi spariti i sostrati linguistici originari, imparammo a parlare l'idioma dell'Ellade e a venerarne gli Dei, assimilandone pensiero, arte e costumi. 
E fummo maestri di civiltà: quando i Latini erano ancora pastori o i barbari dominavano le valli dell'Adige e del Po, Aristocle, detto Platone, dalla mente divina e dalle “larghe spalle”, viandante famoso, visitava le nostre contrade, già rischiarate dal genio di Pitagora e di Archita. 
Ma, purtroppo, la tanto celebrata aquila romana, radendo a volo le nostre terre e tutto sconvolgendo, ne distrusse quasi completamente lo stupendo rigoglio. Un pò alla maniera di Ennio, dicemmo: “Noi che fummo Peuceti, Messapi, Greci, ora siamo latini(7)
Mentre si spegneva il sacro fuoco (era metano?) che Orazio vide ardere spontaneamente sugli altari di Egnazia, in Galilea era stato crocifisso un Uomo-Dio, la cui morte cambiò la storia del mondo: anche la Puglia diventò cristiana. 
Estinta la forza di Roma, l'aquila fatale, già volta da Costantino, contro il corso del sole, verso l'Oriente, tornò a volare nel nostro cielo, con penne e grido diversi. E parlammo ancora greco, non piú quello di Omero, la lingua arida e complicata dei curialisti e sdolcinato delle alcove di Costantinopoli. 
I Goti poi, guidati dal fiero Totila, nel tentativo di strappare all'Impero d'Oriente il dominio dell'Italia meridionale, invasero la Puglia e saccheggiarono la bella città messapica, compromettendone per sempre il prestigio e l'opulenza. La gran parte della popolazione si rifugiò nella vicina località di Porto Pedie e così, dalle due comunità, nacque un'unica città, la nostra Monopoli. E come Porto Pedie aveva imparato da Egnazia a venerare “gli Dei falsi e bugiardi”, soprattutto Mercurio, che presiedeva al commercio e ne favoriva i traffici, gli scambi e i profitti, così Monopoli, sconfitta e prostrata Egnazia, trasse occasione per una piú fervida fede cristiana, accogliendone la dignità episcopale e la Croce patriarcale. 
Nei secoli, mentre della città di Messapo non restarono che i ruderi e persino il suo porto si inabissava, Monopoli, sita alla confluenza dell'Appia con la Traiana, cresceva di abitanti e di importanza, grazie anche al suo porto naturale, che i suoi nemici riuscirono purtroppo a insabbiare. Posto di transito e di sosta tra Bari e Brindisi, finì con l'assumere il ruolo di solo e comodo sbocco dì un vasto retroterra. 
Sul filo del tempo edace, eserciti e popoli, di razze o nazioni diverse, calpestarono e dominarono le nostre contrade: Longobardi, Svevi, Angioini, Aragonesi, Ungheresi e, da ultimo, Murat, alfiere della libertà, col suo bianco cavallo e i suoi predoni, per non parlare dei Saraceni e delle loro incursioni e devastazioni. In noi certo qualche traccia è rimasta degli usi e delle lingue di tante genti straniere, ma nella nostra indole, nel nostro carattere, nel nostro dialetto, resiste qualcosa che ci lega alla matrice egnatina e quindi alla civiltà, alla cultura, all’idioma di Atene e di Bisanzio. 
Quando sulla bocca del nostro popolo fioriscono parole come: cèndre, vastèse, pèndeme, trappìte, zóche, chénistre, ci rendiamo conto che in esse, duri a morire, sopravvivono etimi greci, a ricordare e confermare la nostra identità e la nostra storia. 
Quando Monopoli, per antica tradizione, accoglie e abbraccia, con senso di spiccata ospitalità, tutti i forestieri che vi capitino e molti inserisce nel suo tessuto umano e sociale, dando loro affetto e sicurezza, imita e ripete Porto Pedie, che accolse e abbracciò i profughi di Egnazia, a formare una stessa famiglia, una nuova comunità, unica per leggi, riti e civili costumanze. 
Quando, con orgoglio e stupore, ammiriamo i nostri cantieri e laboratori, le opere del nostro lavoro e del nostro ingegno, soprattutto le realizzazioni e i successi dei nostri imprenditori, specie nel settore del commercio, frutto di fiuto e di coraggio, il pensiero corre a quel dio Ermes, a cui i nostri lontani progenitori dedicarono templi, preghiere e devote cerimonie e da cui forse abbiamo tratto una delle nostre due anime, quella laica e mercantile. 
Quando ci prende quel dolce sopore, quella sottile mollizie, quella saputa pigrizia, che sono in fondo la nostra riserva psicologica e il sale della nostra esistenza, ci riconosciamo ultimi figli del vicino Oriente dove rifulse la Troia del ben chiomato Paride e della bella Elena, la fastosa Persia, tutta sete e gemme, la lussuriosa Bisanzio di Teodora, donde giunse qualcosa sino a noi, influenzando alquanto il nostro modo di sentire e di vivere. 
Quando, nei momenti gravi e decisivi della nostra giornata terrena, meditiamo sui misteri della vita e della morte, riscoprendo la nostra anima migliore, quella cristiana, ripensiamo grati all'apostolo Pietro, che, predicando e benedicendo, passò per le nostre plaghe, diretto al suo supplizio romano e ci diciamo felici di avere, da allora, creduto in Dio uno e trino, cogliendo nel suo volto la nostra stessa immagine e di avere poi, tramite Egnazia, accresciuto la nostra fede in Cristo e la dignità della nostra Chiesa.
 

Pubblicato su “L’Informatore” del 29/3/1986.



(1) A 13 km. da Monopoli, alle “falde” della Loggia di Pilato, sorge S. Angelo di Frangesto poi S. Michele Arcangelo, protettore dei campi, una chiesetta risalente al sec. XI o XII anticamente annessa ad un convento di suore del Casale, che si dice fu retto da una Agnese monopolitana.
(2) Fenomeno psichico consistente nell’insorgenza di una sensazione auditiva o visiva in concomitanza con una percezione di natura sensoriale di diverso tipo, o, in semantica, stretto rapporto tra due parole che si riferiscono a sfere sensoriali diverse ( es. “voce chiara”). (Treccani).
(3) G. Carducci: “Il bove” v. 14.
(4) Dal lat. tardo “hemistichium”, gr. μιστίχιον, comp. di μι “mezzo” e στίχος “verso”. Nella metrica classica, ciascuna delle due parti in cui il verso viene diviso dalla cesura. Per estens., sono così chiamati i versi incompiuti dell'Eneide di Virgilio, e, in genere, qualsiasi verso incompleto. (Treccani).
(5) Cercate l’antica madre!
(6) Narra Erodoto: “…fu questa la più grande strage di Greci e Reggini che noi conosciamo, che dei Reggini morirono 3000 soldati e dei Tarantini non si poté nemmeno contare il numero”.
(7) Quinto Ennio (239 a.C. – 169 a.C.) poeta, scrittore e storico romano: "Nos sumus Romani qui fumus ante Rudini", Annales Liber XVIII.
 

 

Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate

   

 

Parole chiave: monopoli, egnazia

 






 

01.04.13 | 12:52

Visto che sono stato tirato in ballo da Domenico, Vi propongo la lettura delle mie osservazioni in merito, giā pubblicate sul seguente sito: www.monopolitube.it/attualitā/2157-via-traiana-alla-ricerca-dell'incrocio-perduto.html

di Franco Muolo

 

31.03.13 | 13:52

D'accordo con la signora Lia al di lā dei nomi il succo č dare maggior rilievo alle nostre unicitā.

di ferretti ferruccio

 

31.03.13 | 10:32

Nella mia vita ho avuto la fortuna di viaggiare per l'Europa e lungo il mediterraneo.Ho visto tanti siti archeologici romani e tanti resti di strade consolari: non ne ho mai vista una simile a quella di Monopoli. Anche io penso che la nostra non sia la vera via Traiana.Allora mi chiedo, con tutte le bellezze artistiche e naturali che abbiamo,perchè fuorviare i turisti inventandoci un Parco della via Traiana che in realtà è un' altra cosa?

di fusco lia

 

30.03.13 | 17:17

La cartina č reperibile su Internet. Il sito č www.viaggioadriatico.it. Sulla ricostruzione del percorso della via Traiana esistono molte fonti. Pare verosimile che, come d'altronde č accaduto per la cittā di Bari, esistessero diramazioni pių o meno importanti che conducessero verso la costa. Sui solchi sono d'accordo con l'opinione del lettore Domenico.

di Ferretti Ferruccio

 

30.03.13 | 16:58

Ho apprezzato questo dotto scritto di R.Ferretti ,ma vorrei sapere dove č stata reperita quella cartina che correda l'articolo. Io infatti non sono convinto che quella che passa a sud di Monopoli sia la vera via Traiana. Quella che passa da Egnazia invece si. Infatti si presentano in maniera molto diversa; anzi quella di Monopoli non sarebbe neanche una vera via ma un tratturo locale probabilmente tracciato dalle ruote dei pesanti carri che trasportavano i conci di tufo tagliati dalle falesie lungo il mare.Mi pare di ricordare che il Geom. Muolo ,in un suo interessante scritto su un altro sito, adombrava invece la possibilitā che quei resti fossero proprio della via detta di Strabone. Ma comunque sono interessato a tutti i contributi.Grazie.

di . Domenico

 

 

 

 

 

sabato 29 aprile 2017

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